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Lavoro, etica e cura delle persone: la ricetta vincente degli Studi Dentistici Mazzei

Roma, via Napoleone III. Quartiere Esquilino, a due passi dalla stazione Termini. È questa la casa di Studi Mazzei & Partners, studio dentistico moderno e all’avanguardia guidato dal dott. Giovanni Mazzei.

Dottor Mazzei, partiamo dall’inizio. Quando ha deciso di chiudere la sua attività a causa dell’emergenza Coronavirus?

Ho chiuso l’attività il 7 marzo al mattino, avvisando i dipendenti che il giorno precedente era da considerarsi come ultimo giorno in presenza. Quella tra il 6 e il 7 marzo è stata una nottata complicata, ho pensato ai bambini e agli anziani, ai pazienti dello studio. Si tratta di uno studio molto frequentato e le persone che ci lavorano hanno familiari a casa, anche anziani e bambini, che dovevo assolutamente tutelare.

Perché in anticipo? Aveva intuito come sarebbe andata? Come l’hanno presa i suoi collaboratori?

Già a febbraio presso lo studio abbiamo fatto analisi e con un virologo formazione agli impiegati sugli scenari futuri. Inoltre cominciavano ad esserci notizie di ammalati in Lombardia e che gli anziani erano le persone più esposte. La scelta di chiudere è stata presa perché lo studio è in una zona con molti cinesi, che frequentano anche lo studio stesso. La somma di queste cose mi ha portato alla prudenza estrema, avrei chiuso anche una settimana in attesa di valutare la situazione. Il personale si è stupito per l’esagerazione della scelta, ma alla fine non c’è stato nessun ammalato, anche tra i familiari dello staff. Quindi un atto prudenziale dovuto ai tanti accessi giornalieri allo studio: mi sono sentito in obbligo di interrompere le attività nell’attesa di saperne di più.

Passiamo al lato pazienti. Come l’hanno presa?

In questo studio si lavora piuttosto velocemente non si lasciano cure a metà. In alcuni casi pochi dettagli da ultimare ed altri in procinto di iniziare. Abbiamo scritto a tutti i pazienti che si correva il rischio che lo studio fosse un incubatore del virus e per questo si chiudeva. Tutti sono stati rassicurati. Poi le terapie di urgenza si sarebbero fatte, quelle cosiddette non differibili. Ma comunque pochissimi casi. Non lasciamo mai le cose in sospeso per mettere al riparo il paziente da qualsiasi rischio.

Quando ha chiuso pensava ad una qualche forma di tutela per lei e i suoi dipendenti?

Ci ho pensato ma chiudere era doveroso. Chi fa un lavoro puramente economico o commerciale si sarebbe fatto domande diverse dalle mie ma il rischio che lo studio diventasse incubatore ci ha portato a chiudere. Noi accogliamo tanti pazienti che hanno tutti la stessa dignità. È necessario alzare di tanto il livello di attenzione: siamo in un posto in cui si incrociano tante situazioni. Qualunque medico in questa situazione avrebbe fatto lo stesso.

Oggi siamo in emergenza da ormai 100 giorni. Ha avuto aiuti istituzionali? Alla società o ai suoi dipendenti?

Alla società nessun aiuto. Per pudore ho preferito non chiedere, non mi sono proprio occupato di chiedere. Lo Stato mi ha aiutato indirettamente nell’esonero della cassa integrazione: nessuno dello staff è stato licenziato e nessuno ha utilizzato le proprie ferie. Lo Stato ha fatto quello che poteva ad esempio con la sospensione dell’Irap. Ha però tardato a dare risposte circa le chiusure.

Perché assumere in questa fase di crisi e di incertezza? L’Istat ci dice che la fiducia delle imprese (e anche dei consumatori) è ai minimi storici.

Per me non è così. Ho garantito ai miei che li avrei tutelati. Durante il lockdown tutti hanno lavorato a gruppi per organizzare il lavoro. Questo ha consentito allo studio di porre attenzione su un dato: oltre 9mila pazienti in quasi 30 anni di attività. Non me ne ero reso conto perché il mio compito non è mai stato accumulare soldi ma curare le persone. Questo ci ha dato la consapevolezza di crescita-L’idea alla base è curare tutti ma proprio tutti, atteggiamento che coincide con il non avere sete di denari: alla fine è stato un boomerang a cascata e tanta gente è venuta in studio, e ci viene anche adesso. Quindi posso dare lavoro a più persone ed ecco l’assunzione di 8 unità, semplicemente per lavorare bene. Chi non teme la fatica, alla fine ha fortuna: questa è la scommessa. Chi in periodi complicati azzarda un po’ di più tende ad avere ragione. Di fatto mi sono reso conto che tanta gente non veniva richiamata per mancanza di spazio: con più persone ho la possibilità di assistere più pazienti.

Chiudiamo con un duplice giudizio. Il primo sul ruolo degli odontoiatri, come sono stati considerati in questa fase? Il secondo sul governo, come si è comportato con le imprese?

Le istituzioni hanno avuto ritardi. Tuttavia tra compostezza e impegni presi non se la sono cavata male. Hanno cercato di fare quel che si poteva. Quel che segnalo è il ritardo sulle indicazioni: i medici sono stati lasciati un po’ al loro istinto. Fa piacere che la categoria medica ha guadagnato un po’ di considerazione sociale. L’odontoiatria, che spesso rischia di essere considerata una figlia minore della medicina, in questa fase è probabilmente la disciplina che più rischia di essere infettata. È una disciplina che ha recuperato centralità, prima sentinella di queste patologie. Esiste un preconcetto verso gli odontoiatri come libera professione di benestanti che hanno vita facile. In realtà non è così, tanta premorenza, rischio di impresa e fallimenti.

Un’ultima cosa. Etica e cura sono anche investimento economico. È un messaggio nei confronti di tutti, colleghi e utenti: si può essere benestanti avendo rispetto delle cose. L’economia vera non è di chi si accaparra tutto in breve tempo ma di chi è solidale, di chi restituisce. Ascoltare le persone per sostenerle anche dal punto di vista economico, così il paziente si sente curato di più e meglio. Magari ci vuole molto più tempo ma ora c’è una valanga di gente che viene a studio.

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